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l’arte del non detto

Le divergenze tra la missione giornalistica da combattenti per la verità e l’immagine che ne hanno le persone comuni, hanno raggiunto livelli macroscopici. È anche pur vero che mantenere una linea critica fuori dal sistema è operazione assai difficile. La democrazia di mercato rimane il solo quadro di riferimento, ciò che spesso crea un giornalismo inoffensivo.

Rimane quindi evidente che in questo quadro di riferimento ogni discorso divergente diventa atto di coraggio. Non si può nemmeno invitare/obbligare il singolo giornalista a immolarsi per opporsi da solo all’orientamento generale. Gruppi sparsi di pochi giornalisti nulla possono contro un sistema mediatico da grande ascolto, organizzato per far loro da ostacolo.

In una recente trasmissione radiofonica sulla scuola, una mamma residente in una grande città d’Oltralpe, narrava tra il preoccupato e il deluso del fatto che vi sia una sostanziale differenza tra il sistema orientativo/selettivo delle varie sedi di scuola elementare in diretta relazione con il quartiere di domicilio. In altri termini la condizione economica della “comunità di quartiere” determina i criteri di “differenziazione” scolastica.

Nei quartieri benestanti, a forte competizione sociale, l’insegnamento è accelerato ai massimi livelli in un clima molto competitivo: le famiglie, nella grande maggioranza, aspirano per i propri figli l’accesso diretto agli studi accademici. Nei quartieri “popolari” l’insegnamento assume invece un registro più inclusivo, meno finalizzato al raggiungimento di competenze attitudinali spinte, non in diretto riferimento con la scelta degli studi superiori.

Allievi, docenti e genitori confrontati, in buona sostanza, con un “adattamento” socio-didattico-abitativo allarmante. Ne nasce perfino al una sorta di “migrazionismo domiciliare” alla ricerca dell’ambito più confacente ai propri desideri pedagogici. Nel perfetto stile anglosassone più discriminatorio, dove la “meritocrazia” è una bandiera ideologica soprattutto se coniugata al grado di reddito e/o culturale delle famiglie. Senza escludere il ruolo sostitutivo dell’insegnamento privato, economicamente di per sé selettivo.

Tutto lascia purtroppo indicare che il fenomeno divenga un elemento costitutivo delle future società civili elvetiche. Ebbene la testimonianza è passata inosservata. Un tema da prima pagina che ha invece tutte le caratteristiche di uno dei tanti ingombranti …“non detto”.