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centilioni …forse meno.

Ad intervalli regolari (mi domando se non siano addirittura pianificati) eccoci con la solita solfa statistica sull’impatto della manodopera frontaliera, sulla sua crescita/decrescita numerica, sui posti di lavoro disponibili in terra elvetica e sulle vere/presunte conseguenze occupazionali indigene, con tanto di rituali pareri accademici. Non voglio ripercorrere (per intero) il discorso già fatto a suo tempo anche per non tediare. Tale fenomeno, mi sembra di capire in una misura assai simile, “colpisce” anche alcune regioni romande.

Rimane l’unica domanda legittima alla quale mi sembra manchi un’urgente risposta univoca: quanto resta di concreto della ricchezza prodotta sui “conquistati” pascoli territoriali offerti a tale logica produttiva? C’è chi dice centilioni. Altri sostengono ben poco relativamente ai contraccolpi sociali, formativi e ambientali sostenuti dal contesto indigeno. Forse la stessa che si produrrebbe (forse) senza codesto tipo di economia “hors sol” e senza – soprattutto – i pesanti effetti collaterali. “

Latitano studi approfonditi. Trapela tuttavia un dato sul quale poter/dover riflettere cioè la crescita del pil è (tuttavia) inferiore alle promesse elettorali. Aggiungerei (inoltre) che il Pil, da tempo, è un indice di “calcolo” assai “lordo”: riparare i disastri di ogni genere fa aumentare il prodotto interno …lordo. Il progresso corruttivo, come diceva un tale per niente sprovveduto, agisce per tentare di minimizzare i danni che produciamo. Come pure andrebbe riascoltato il “mitico” discorso di Bob, fratello di John, fatto nel lontano sessantotto.

Il problema è che qui e adesso bisogna fare i conti con i “vincenti” e i “perdenti” di questa …titanica gara mercantile e occupazionale. Un classico di molti territori europei, alcuni dei quali messi in ginocchio dalle brutali delocalizzazioni “asiatiche”, quindi spogliati di ogni produzione indigena ciò che ha innescato una devastante crescita della disoccupazione.

Alle nostra latitudini ci vien detto, “questa è la nostra unica possibilità di sopravvivenza per non essere estromessi dal mondo globalizzato”. Chi subisce tale condizionamento per uno strano meccanismo è convinto che “non esista alternativa”. Infatti. Infatti tutto si muove nella logica neomercantile globalizzata divisa tra coloro per cui il mercatismo mondializzato è già sin d’ora un’opportunità e per chi non lo sarà mai.

Così com’è dottrina il presupposto secondo il quale indebolendo le “comunità nazionali” si metta piede in un automatico, sconfinato e planetario paradiso progressista. Trasformare i confini – ritenuti ormai concetti residui di vecchi atlanti da dimenticare – in vaghe convenzioni, come pure adattare gli stati ai desiderata delle imprese: l’essenza che si vuol somministrare all’urbe e all’orbe attraverso l’assunto di un futuro migliore che ha che fare, tuttavia, con l’ipotetico “principio”.

Le idee dominanti sono prodotte dacché mondo è mondo, dalle categorie dominanti. Diventano idee maggioritarie attraverso i tipici meccanismi di propaganda: ripetizione ossessiva, imitazione indotta, ostracismo o/e ricatto emotivo verso il disaccordo.


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